Rivista LXVI (2026) - fasc. 1-2
RÉSUMÉ
Cette étude cherche à repenser les stigmates non seulement comme une construction littéraire (scripturaire en particulier), exégétique, hagiographique, iconographique, historienne ou spirituelle – ce que nous nous efforçons d’examiner avec la rigueur requise, historique notamment —, mais comme évènement, processus de stigmatisation. Ce qui conduit à configurer l’homme nouveau qui ne dépend plus du seul statut social ou essentiel. Une telle anthropologie suppose une nouvelle relation avec la nature, exigence maternelle (sicut mater) et fraternelle. Ce qui induit un autre commerce avec la terre libérée de la servitude d’une appropriation mercantile, coloniale et belliqueuse, la terre mise à nu, rigoureuse et vulnérable, et une nouvelle liaison avec le corps, plus individuéet subjectif (susceptible). Liaison avec un corps qui écoute (vu l’ascendant maternel) et qui est écouté (vu la liberté et l’égalité fraternelles). Cela se marque de manière exceptionnelle dans la conversion, le changement de style de vie et de mentalité lors de la rencontre et puis du contact avec les corps lépreux, les corps défigurés et accablés de plaies. Contact diaconal avec des corps impressionnants qui se montre bien antérieur à celui qui a pu avoir lieu lors du voyage en Orient, et s’éprouve plus capital.
Cette nouvelle configuration de la vie rend le corps stigmatisable. Mais le passage à l’acte ou à la passiveté n’est pas simplement naturel : il suppose la volonté libre, la volonté de s’exposer, la hardiesse du possible, l’engagement de la vulnérabilité. Volonté capable de se féminiser en faisant miséricorde, cœur et corps meurtris, capables de susciter une nouvelle forme au corps déformé, au visage défiguré. En se laissant inspirer par la face du crucifié. C’est l’épreuve de la pauvretélibrement consentie comme délivrance de l’emprise sur l’être, la liberté et le désir, les corps, les mots et l’avenir, qui oriente vers un christomorphisme, car la crucifixion accueillie comme kénose, ne vide pas du divin, de l’humain, de soi ou du futur, mais dispense son bien, partage une divinité inoűıe, une nouvelle humanité. Elle partage sa hardiesse, la liberté filiale au moment même où elle est cruellement méconnue et humiliée. Partage qui espère que nous enfantions chacun corporellement et spirituellement cette forme renouvelée ! Ce qui suscite une parole neuve. Non seulement une prédication par la parole, mais par les plaies ouvertes du corps, capables de nommer l’innommable à leur manière, non seulement le divin mais les images cruelles des corps déchiquetés par la misère, la haine et la guerre. Expression par les plaies qui s’articule comme une enfance, un commencement silencieux, dans un corps majeur, maternel et fraternel. C’est le secret de la politique franciscaine, celle qui supporte l’analogie avec la maternité fraternelle de la terre qui nous gouverne avec rigueur et en appelle à la liberté fraternelle, novatrice. Toutefois, la stigmatisation n’est pas la crucifixion : elle est un processus mobile au-delà de la fixation. Elle appelle la prédication mobile, l’itinérance audacieuse de la liberté, du désir, des lèvres parlantes, des pieds blessés, des mains vulnérées incapables de s’accaparer...
Concepts-clés : Construction ; Processus de stigmatisation ; Homo novus ; Individuation somatique ; Conversion ; Lépreux ; Impression; Corps stigmatisable; Féminisation ; Pauvreté voulue; Christomorphisme ; Liberté filiale; Enfantement ; Expression ; Prédication ; Itinérance.
SOMMARIO
Questo studio intende ripensare le stigmate di san Francesco non solo come una costruzione letteraria (in particolare scritturale), esegetica, agiografica, iconografica, storica o spirituale – aspetto che ci sforziamo di esaminare con il necessario rigore, soprattutto storico –, ma come evento, come processo di stigmatizzazione. Ciò porta a configurare l’uomo nuovo che non dipende più solo dallo status sociale o essenziale. Una tale antropologia presuppone un nuovo rapporto con la natura, un’esigenza materna (sicut mater) e fraterna. Ciò induce un altro rapporto con la terra liberata dalla servitù di un’appropriazione mercantile, coloniale e bellicosa, la terra messa a nudo, rigorosa e vulnerabile, e un nuovo legame con il corpo, più individualizzato e soggettivo (suscettibile). Legame con un corpo che ascolta (vista l’influenza materna) e che è ascoltato (vista la libertà e l’uguaglianza fraterne). Ciò si manifesta in modo eccezionale nella conversione, nel cambiamento di stile di vita e di mentalità durante l’incontro e poi il contatto con i corpi lebbrosi, i corpi sfigurati e oppressi dalle piaghe. Un contatto diaconale con corpi imponenti che si rivela ben precedente a quello che potrebbe aver avuto luogo durante il viaggio in Oriente, e che appare più determinante.
Questa nuova configurazione della vita rende il corpo suscettibile di essere stigmatizzato. Ma il passaggio all’azione o alla passività non è semplicemente naturale: presuppone il libero arbitrio, la volontà di esporsi, l’audacia del possibile, l’impegno della vulnerabilità. Volontà capace di femminilizzarsi facendo misericordia, cuore e corpo feriti, capaci di suscitare una nuova forma al corpo deformato, al volto sfigurato. Lasciandosi ispirare dal volto del crocifisso. È la prova della povertà liberamente acconsentita come liberazione dalla morsa sull’essere, la libertà e il desiderio, i corpi, le parole e il futuro, che orienta verso un cristomorfismo, poiché la crocifissione accolta come kenosis non svuota del divino, dell’umano, di sé o del futuro, ma dispensa il suo bene, condivide una divinità inaudita, una nuova umanità. Condivide la sua audacia, la libertà filiale proprio nel momento in cui è crudelmente misconosciuta e umiliata. Una condivisione che spera che ciascuno di noi generi corporalmente e spiritualmente questa forma rinnovata! Ciò che suscita una parola nuova. Non solo una predicazione attraverso la parola, ma attraverso le piaghe aperte del corpo, capaci di nominare l’innominabile a modo loro, non solo il divino ma le immagini crudeli dei corpi dilaniati dalla miseria, dall’odio e dalla guerra. Espressione attraverso le piaghe che si articola come un’infanzia, un inizio silenzioso, in un corpo maturo, materno e fraterno. È questo il segreto della politica francescana, quella che regge l’analogia con la maternità fraterna della terra che ci governa con rigore e invoca la libertà fraterna, innovatrice. Tuttavia, la stigmatizzazione non è la crocifissione: è un processo mobile al di là della fissazione. Richiama la predicazione mobile, l’audace itineranza della libertà, del desiderio, delle labbra parlanti, dei piedi feriti, delle mani vulnerabili incapaci di appropriarsi...
Parole chiave: Costruzione; Processo di stigmatizzazione; Homo novus; Individuazione somatica; Conversione; Lebbroso; Impressione; Corpo stigmatizzabile; Femminilizzazione; Povertà voluta; Cristomorfismo; Libertà filiale; Parto; Predicazione; Itineranza.
SOMMARIO
A partire dal XIII secolo, in numerosi centri urbani si assiste a una significativa crescita del culto dei santi locali e del pellegrinaggio presso le loro tombe. Queste ultime potevano assumere forme diverse, da semplici casse lignee dipinte a monumentali sarcofagi marmorei, talvolta realizzati con materiali preziosi e arricchiti da rilievi o gruppi scultorei. In specifici momenti del calendario liturgico, le spoglie del santo, integre e incorrotte, venivano esposte alla devozione dei fedeli mediante l’apertura rituale dell’arca oppure attraverso il contatto diretto con il sepolcro, pratica che ne attivava le virtu` taumaturgiche e miracolose.
Il saggio prende in esame alcuni esempi di tombe marmoree innalzate su colonne in area veneta, ispirate al modello dell’arca di sant’Antonio a Padova. Principali poli di attrazione per devoti e pellegrini, questi manufatti subirono nel tempo modifiche nella configurazione e nella collocazione all’interno degli spazi liturgici, rispondendo a differenti esigenze funzionali e ai messaggi simbolici che erano chiamati a trasmettere. Come attestano fonti e documenti, in area veneta le arche dei santi svolgevano frequentemente anche la funzione di altare. Tale duplice destinazione d’uso spiega le peculiari caratteristiche formali delle tombe-reliquiario venete. La maggior parte di esse si configurava infatti come un parallelepipedo a terminazione piana, così da consentire l’utilizzo della superficie superiore quale mensa per le celebrazioni liturgiche. L’apparato decorativo, dipinto o scolpito, variava invece in relazione alla collocazione del manufatto: le arche potevano essere semplici casse poste a terra, secondo la tradizione degli antichi altari paleocristiani; oppure elevate su colonne, in esplicita imitazione dell’arca antoniana; infine, potevano disporsi in prossimita` della mensa o sopra di essa, instaurando con l’altare una stretta relazione funzionale e simbolica, fino ad assumere talora il ruolo di pala d’altare. Tale interazione influenzava profondamente l’articolazione strutturale e il programma decorativo del sarcofago scolpito. Qualora la tomba coincidesse con l’altare, il complesso monumentale contribuiva a rafforzare, agli occhi dei fedeli, la sovrapposizione simbolica tra le reliquie del santo e il corpo di Cristo celebrato nell’eucaristia.
Parole chiave: Padova; Scultura; XIV secolo; Tombe dei Santi; Arca di Sant’Antonio.
ABSTRACT
From the 13th century onwards, many towns and cities witnessed a significant growth in the veneration of local saints and in pilgrimages to their tombs. These tombs could take various forms, ranging from simple painted wooden coffins to monumental marble sarcophagi, sometimes crafted from precious materials and adorned with reliefs or sculptural groups. At specific times in the liturgical calendar, the saint’s remains, intact and incorrupt, were displayed for the devotion of the faithful through the ritual opening of the sarcophagus or through direct contact with the tomb, a practice believed to activate their thaumaturgical and miraculous powers.
This essay examines several examples of marble tombs raised on columns in the Veneto region, inspired by the model of the shrine of Saint Anthony in Padua. As major centres of attraction for the devout and pilgrims, these artefacts underwent changes over time in their design and placement within liturgical spaces, responding to different functional requirements and the symbolic messages they were intended to convey. As sources and documents attest, in the Veneto region the saints’ reliquary chests frequently also served as altars. This dual purpose explains the distinctive formal characteristics of Venetian reliquary tombs. Most of them were in fact shaped like a rectangular prism with a flat top, so that the upper surface could be used as an altar for liturgical celebrations. The decorative elements, whether painted or carved, varied depending on the location of the structure: the arches could be simple boxes placed on the ground, in keeping with the tradition of early Christian altars; or raised on columns, explicitly imitating the Antonine arch; finally, they could be placed near the altar table or above it, establishing a close functional and symbolic relationship with the altar, sometimes even taking on the role of an altarpiece. This interaction had a profound influence on the structural design and decorative scheme of the carved sarcophagus. Where the tomb coincided with the altar, the monumental complex served to reinforce, in the eyes of the faithful, the symbolic overlap between the saint’s relics and the body of Christ celebrated in the Eucharist.
Keywords: Padua; Sculpture; 14th Century; Saints’ Shrines; Saint Anthony’s tomb.
SOMMARIO
In un precedente lavoro abbiamo descritto il monumento Pappenheim della basilica di Sant’Antonio di Padova, dedicato al giovane Philipp Ludwig von Pappenheim e concepito, secondo la supplica familiare, come sepoltura. Le fonti ottocentesche attestano l’esistenza, davanti al monumento, di una lastra terragna poi rimossa durante i lavori di ripavimentazione di fine Ottocento e tradizionalmente interpretata come copertura della tomba. La documentazione di quei lavori, conservata nell’Archivio della Veneranda Arca, mostra però che sotto la lastra attribuita a Pappenheim non esisteva alcuna sepoltura: la nota «nessun vestigio di tumulo» esclude la presenza di resti umani, strutture funerarie, resti di casse o tracce di deposizione qualsivoglia. Parallelamente, la ricognizione nella Lambertuskirche di Treuchtlingen, luogo funerario della famiglia e sede della prima sepoltura nel febbraio 1616, non ha rivelato alcun indizio odierno riferibile a Philipp Ludwig. L’analisi del basamento in mattoni del monumento padovano indica che il pilastro è stato solo ampliato per ragioni strutturali, senza cavità interne o nicchie che possano suggerire una deposizione nella muratura. Rimane come unica ipotesi verificabile la possibilità che dietro la lastra con la sirena bicaudata, un inserto non originario, esista un vano. La discontinuità dei bordi lascia micro-fessure che potrebbero consentire il passaggio di una sonda a fibra ottica per verificare l’eventuale presenza di uno spazio retrostante. La verifica di questa ipotesi resta subordinata ai permessi delle autorità competenti.
Parole chiave: Philipp Ludwig von Pappenheim; Basilica di Sant’Antonio di Padova; monumento funerario; ipotesi di sepoltura in Basilica.
ABSTRACT
In a previous study we described the Pappenheim monument in the Basilica of the Santo, dedicated to the young Philipp Ludwig von Pappenheim and conceived, according to the family’s petition, as a burial. Nineteenth-century sources attest to the existence, in front of the monument, of a floor-level slab later removed during the repaving works carried out at the end of the nineteenth century and traditionally interpreted as covering the tomb. However, the documentation from those works, preserved in the Archivio dell’Arca, shows that no burial chamber existed beneath the slab attributed to Pappenheim: the note ‘‘no trace of a tumulus’’ excludes human remains, funerary structures, or any sign of interment. At the same time, the survey conducted in the Lambertuskirche in Treuchtlingen, the family’s burial place and the site of the first interment in February 1616, revealed no surviving indication that could be linked to Philipp Ludwig. The analysis of the brick base on which the Padua monument now rests indicates that the pillar was enlarged solely for structural reasons, with no internal cavities or niches that might suggest a burial within the masonry. The only verifiable hypothesis that remains is the possibility that a cavity exists behind the slab with the double-tailed siren, a non-original insert. The discontinuity of its edges creates micro-fissures that could permit the passage of a fiberoptic probe for checking for the presence of a space behind it. Verification of this hypothesis, however, awaits authorization from the Basilica authorities for endoscopic analysis.
Keywords: Philipp Ludwig von Pappenheim; Basilica of Saint Anthony of Padova; Funerary monument; Burial hypothesis in the Basilica.
SOMMARIO
I soffitti lignei nella chiesa e nel convento di San Francesco in Brescia sono una significativa traccia dell’attività di artisti locali e del patrimonio ligneo d’arredo tra fine XV e inizio XVI secolo in area bresciana. Le tavolette delle navate laterali dell’edificio sacro, in particolare, rappresentano un unicum iconografico, a questo stato degli studi, in Italia e nel mondo, in quanto ispirate a passi del Cantico delle Creature e a momenti dell’esistenza del santo assisiate tratti dalle Fonti Francescane. La presenza, ancora, di stemmi della città di Brescia, delle insegne dell’Ordine e il ritratto di un frate, che ricorda, nella fisionomia, il colto ministro generale francescano (1475-1499) padre Francesco Sansone (1414-1499), fanno proporre, per il ciclo della chiesa, una datazione compresa tra gli ultimi anni di vita del potente personaggio, forse il committente del ciclo,R o immediatamente dopo la sua scomparsa, e il primo quindicennio del Cinquecento.
Parole chiave: Soffitti lignei; Tavolette dipinte da soffitto; Listelli; Travi maestre; Carena di nave rovesciata; Mensoloni; Francesco Sansone; Chiesa e convento di San Francesco, Brescia; Rinascimento; Libri corali del convento di San Francesco; Jacopo Filippo Medici Argenta; Antifonari e graduali; Fonti Francescane; Cantico delle Creature.
ABSTRACT
The wooden ceilings in the church and convent of San Francesco in Brescia are one the most important examples of the local artists’ work and of the wooden ceiling production from the late 15th to early 16th centuries, in the city of Brescia and its province. The wooden ceiling panels in the side aisles of the church, in particular, represent a unicum from iconographic standpoint in Italy and in the world, at this state of the studies, inspired by passages from the Canticle of the Creatures and episodes from the saint’s life (Franciscan Sources). The presence of the coats’ arms of Brescia, the heraldic insignia of the Franciscan Order and the portrait of a friar, whose features recall Padre Francesco Sansone (1414-1499), the Franciscan Ministro Generale (1475-1499), suggest a dating for this church wooden panels between the final years of the life of the powerful character, perhaps the committente of the wooden work, or immediately after his death, and the first fifteen years of the sixteenth century.
Keywords: Wooden ceilings; Painted ceiling panels; Strips; Main beams; Overturned ship’s hull; Corbels; Francesco Sansone; Church and convent of San Francesco, Brescia; Renaissance; Choral books of the convent of San Francesco; Jacopo Filippo Medici Argenta; Antiphonaries and graduals; Franciscan Sources; Canticle of the Creatures.
SOMMARIO
La Nota presenta i criteri di restauro, strutturali e pittorici seguiti nell’intervento della chiesa-santuario di Sant’Antonio di Montepaolo, luogo storico che ricorda la presenza del santo, prima della sua rivelazione a Forlì. Il santuario, costruito tra il 1908 e il 1913 su progetto del padre Davide Baldassari da Bibbiena, èattualmente abitato da una comunità di Sorelle Clarisse subentrate dopo essere stato lasciato dai frati Minori della Provincia bolognese di Cristo Re. Fortemente danneggiato da un terremoto del settembre 2023, si è progressivamente proceduto a un’opera di restauro che ha permesso di recuperare documenti relativi alla sua costruzione e alle tecniche allora usate intervenendo sulla struttura, riaperta definitivamente al pubblico nella festa del santo il 13 giugno 2025.
Parole chiave: Montepaolo (Forlì), Santuario S. Antonio; Restauri.
ABSTRACT
This paper outlines the structural and pictorial restoration criteria applied to the work carried out on the sanctuary church of Sant’Antonio di Montepaolo, a historic site commemorating the saint’s presence prior to his revelation in Forlì. The sanctuary, built between 1908 and 1913 to a design by Father Davide Baldassari da Bibbiena, is currently home to a community of Poor Clares who took over after the Friars Minor of the Bolognese Province of Christ the King left. Severely damaged by an earthquake in September 2023, restoration work was gradually carried out, enabling the recovery of documents relating to its construction and the techniques used at the time. The structure was definitively reopened to the public on the saint’s feast day, 13 June 2025
Keywords: Montepaolo (Forlì), Sanctuary of St Anthony; Restoration work.
SOMMARIO
Viene presentato il volume di Felice Autieri sulla storia dei francescani Conventuali dal 1517 ai nostri giorni. Una presenza storica anteriore alla data del 1517, che indica il riconoscimento giuridico dell’Ordine, dopo la divisione sancita dalla bolla Ite vos (1517) tra la Communitas Ordinis e l’Osservanza.
ABSTRACT
Felice Autieri’s book on the history of the Conventual Franciscans from 1517 to the present day is being presented. Their presence dates back to before 1517, the yearmarking the Order’s legal recognition following the split between the Communitas Ordinis and the Observance, as enshrined in the papal bull Ite vos (1517).